Bosco di Malabotta – Flora e Fauna

Il Bosco di Malabotta (700 – 1300 m slm) è un’area di eccezionale valore naturalistico.

Per quasi tutta la sua estensione (80 ettari) la vegetazione boschiva è costituita dal Cerro a cui spesso si associa il Faggio; notevole la faggeta presente nel territorio di Montalbano Elicona.

Suggestive le stazioni di agrifoglio; un tempo in formazione boschiva , oggi resiste in forma di arbusteti.

Laddove la mano dell’uomo è riuscita ad intervenire, ecco suggestivi impianti di nocciolo, noci e castagni da frutto.

Meno estese sono invece le macchie boschive di leccio, perastro, sambuco e frassino.

La presenza di aree umide, localizzate verso valle, permette di ammirare la vegetazione lacustre del luogo caratterizzata da salici, pioppi neri e platani orientali.

Notevole la presenza di specie relitte di ambiente tropicale. La più conosciuta è la Woodvardia radicans, felce termofila di medie dimensioni, che cresce lungo i corsi d’acqua ombreggiati.

Tra i mammiferi, frequenti sono gli incontri con la volpe, gatti selvatici, martore e donnole.

Notevole la varietà della microfauna, un vero e proprio campionario del patrimonio presente nell’isola.

Tra i volatili sono frequenti le cince o altri piccoli silvidi; molti i rapaci diurni che si possono osservare dalle cime dei rilievi di Pizzo Petrolo, Rocca Volturni o Monte Croce Mancina; sono il territorio di caccia del falco pellegrino, della poiana, della rara aquila reale.

La notte è possibile percepire il richiamo dei rapaci notturni: dal barbagianni all’assiolo, dal gufo comune alla civetta.

Bosco di Malabotta – Storia

La visita al Bosco di Malabotta non è sicuramente una esperienza come le altre: la consapevolezza di immergersi in un ambiente incantato fuori dal tempo è fortissima Il paesaggio circostante rimanda al Medioevo: paesini arroccati e castelli eretti in posizioni strategiche per il controllo del territorio e delle vie interne che dalla costa tirrenica e dai crinali dei Nebrodi e dei Peloritani scendono verso la valle dell’Alcantara. Nell’area che circonda la riserva sono tanti i resti di epoche lontane: nel comune di Montalbano Elicona, sull’altopiano detto “Argimusco”, sono state rinvenute tracce di insediamenti umani di epoca preistorica dalla datazione ancora incerta sui quali attualmente studio lo studio non si è ancora concluso. A parlare di questo luogo aveva già provveduto Vito Amico, colto abate vissuto tra il ‘600 ed il ‘700, il quale ci racconta come Federico II, su consiglio di un illustre medico, vi si recasse spesso per curare la podagra (gotta) da cui era affetto. Per trascorrervi i periodi di convalescenza, nella vicina Montalbano costruì una residenza, su una fortezza preesistente, di probabile origine normanna. La costruzione si può visitare a tutt’oggi, anche se ormai inglobata nel Castello (1302-1311), anch’esso andato in rovina. Percorrendo il territorio del Bosco di Malabotta, sulla strada provinciale (118) che conduce a Tripi, ci si imbatte dinanzi ad una costruzione isolata: la Mandura Gesuittu, una sorta di ovile, forse di epoca preistorica. Ancora, a Malvagna, in contrada Cuba, sorge una cappella paleocristiana e a Francavilla di Sicilia, in contrada Piano Maccu, scavi archeologici hanno portato alla luce resti del V sec. a.C.; questo paese conserva un’impronta medievale (periodo normanno), epoca in cui venne anche edificato l’importante convento basiliano di S. Salvatore di Placa e numerose ed interessanti altre costruzioni dei dintorni. Fra queste una menzione particolare al Convento dei Cappuccini dove è allestito un museo etnostorico. Roccella Valdemone sorge sul letto di un fiume di fronte all’Etna, sovrastata da due rupi, su una delle quali si trovano le rovine di un castello. Il territorio tutto merita una visita per chi vuole immergersi in ambienti incontaminati o abbastanza lontani dal fragore e dalla frenesia della vita cittadina. La Mandura Gesuittu Sulla strada che conduce a Tripi, la provinciale 118, a Portella Zilla, un’incredibile recinzione si presenta isolata e fuori dal tempo: la Mandura Gesuittu, un ovile che molti avevano creduto di origine preistorica. Invece è una costruzione del 1935, realizzata da un pastore per proteggere le greggi. Per edificarla sono stati utilizzati grossi blocchi di pietra, facili da reperire sul posto. Gaetano Pantano, autore del volume “Megaliti di Sicilia”, racconta che tra le pietre usate per il recinto ce ne sono alcune di un menhir (simbolo religioso della prima età del Bronzo) crollato che faceva parte di un sistema di rocce dedicate al dio Sole, poichè la zona, secondo lui, era un’area sacra. Egli fa questa deduzione considerando il toponimo della contrada dove si trovano i resti del menhir: Reso Faragone. Reso, mitico dio venerato dai Greci, fecondatore e padrone della luce e degli inferi, è continuamente richiamato dalla forma fallica delle rocce.